Galleria Verdesi

gli Artisti


Aligi Sassu


Nacque a Milano il 17 luglio 1912.

In compagnia del padre, appassionato di pittura e amico di Carlo Carrà, Aligi iniziò presto a visitare esposizioni di pittura, tra le quali, nel 1919, la Grande esposizione nazionale futurista, curata da Filippo Tommaso Marinetti, presso la galleria Centrale di Milano, in palazzo Cova.

Dodicenne, acquistò il suo primo libro, Pittura scultura futuriste (dinamismo plastico) (1914) di Umberto Boccioni, entusiasmandosi alla lettura di testi futuristi, in particolare dopo avere visitato alcune opere boccioniane presso la collezione dell’aeropittore Fedele Azari. Il primo modello d’ispirazione divenne dunque Boccioni, del quale il giovane apprezzava la ricerca della solidità della forma in un impianto dinamico.

Con l’amico Bruno Munari, Sassu si recò a incontrare Marinetti, portando con sé un album di disegni ispirati a Mafarka il futurista (Mafarka le futuriste, 1909; 1ª ed. it. 1910), romanzo marinettiano erotico e visionario. Gli appunti grafici del giovane tradivano la suggestione per il tocco diviso di Gaetano Previati, artista amato dai futuristi e che Sassu aveva potuto ammirare nella collezione del grafico Guido Cassi, amico del padre. A seguito dell’incontro, Marinetti indicò in Sassu e Munari due giovani promesse dell’arte italiana in occasione di una serata futurista al teatro Lirico di Milano; e invitò Sassu, nel 1928, alla Biennale di Venezia, nella sala futurista, con due opere (Nudo plastico Uomo che si abbevera alla sorgente). Nello stesso anno Sassu e Munari firmarono il manifesto Dinamismo e riforma muscolare, rimasto inedito fino al 1977.

Nel 1929 il giovane s’iscrisse all’Accademia di Brera, dove conobbe altri artisti, fra i quali Lucio Fontana, Nino Strada, Luigi Grosso. Ma le gravi difficoltà economiche lo costrinsero ad abbandonare quegli studi, per ripiegare sui corsi dell’Accademia Libera istituita in corso Monforte dal conte Vittorio Barbaroux che, in cambio di un quadro al mese, garantiva la possibilità di utilizzare cavalletti e modelle per studiare dal vero.

Frattanto, con Giacomo Manzù, Sassu prese in affitto uno spazio nel centro di Milano, dove nacque di getto il primo dipinto della lunga serie Gli uomini rossi, che in quattro anni di lavoro impose il tema del nudo e della giovinezza con nuova sensibilità espressionista.

Successivamente, ripercorrendo le tappe della sua vita, Sassu avrebbe sottolineato quanto centrale fosse stata l’esigenza morale della pittura per le ricerche sue e di un’intera generazione di artisti. E a chi lo accusava di ‘maniera’, scorgendo in quelle opere un’eco del Picasso blu e rosa, l’artista rispondeva ricordando come più importante l’incontro con la lezione del Beato Angelico e di Masolino a Castiglione Olona (A. Sassu, Un grido di colore…, 1998). La serie degli Uomini rossi e quella contemporanea dei Ciclisti, nella loro oscillazione fra mito e realtà, apparvero non distanti dalla polemica antinovecentista maturata dai Sei di Torino e dalla Scuola Romana (Carrieri, 1971, p. 12).

Nel 1934, a seguito di una mostra alla galleria delle Tre Arti, Sassu venne indicato da Lamberto Vitali come esponente di un nuovo arcaismo attraverso il quale nascevano scene moderne in mitica trasposizione.

Avvenne nello stesso 1934 il primo viaggio a Parigi, dove il giovane studiò nei musei la pittura dell’Ottocento francese e in particolare di Eugène Delacroix, amato per la pennellata vibrante e passionale. In quegli anni maturò la coscienza politica di Sassu, progressivamente coinvolto nell’impegno antifascista. Controllato dal regime e accusato di attività sovversiva, nel 1937 venne arrestato e condannato a dieci anni di prigionia: «In prigione ogni giorno facevo un disegno, e a volte due; così, fra grandi e piccoli, in quei mesi di Fossano, in prigione, misi insieme circa 400 fogli» (cit. in De Micheli, 1987, p. 68). Nel luglio dell’anno successivo, grazie alla mediazione di Marinetti, arrivò la grazia: nel periodo di sorveglianza speciale l’artista proseguì a dipingere temi d’impegno politico.

Ma soltanto dopo il soggiorno forzato sul lago d’Iseo, nel 1944, e dopo l’impegno partigiano, l’artista fece ritorno a Milano nei primi giorni della Liberazione.

Alle spalle aveva il frutto di una ricerca concentrata su un doppio registro iconografico: da una parte le periferie urbane, i soggetti moderni e sportivi, i caffè e i quadri politici; dall’altra gli Uomini rossi, che anticipavano l’aspirazione a una perduta età dell’oro, nella quale spunti storici e letterari erano filtrati da leggende e miti mediterranei. Il linguaggio figurativo parimenti miscelava il colorismo della grande pittura da museo, tra barocco e romanticismo, con inflessioni espressioniste e ricordi dell’archeologia novecentista: il gruppo e lo spirito di Corrente ne furono, alla fine del decennio, il naturale approdo.

Nacque nel 1944 il gran quadro I martiri di Piazzale Loreto, dipinto di getto, sotto l’effetto emotivo di un eccidio di partigiani avvenuto a Milano. L’opera venne presentata alla Biennale veneziana del 1954, e quindi acquistata da Giulio Carlo Argan per la Galleria nazionale d’arte moderna di Roma.

Gli anni del dopoguerra di Sassu furono, come per tanti, segnati dal coinvolgimento emotivo e dal bisogno di raccontare, in opere presentate alla Biennale internazionale di Venezia nelle edizioni 1948, 1952, 1954, e quindi alla Quadriennale nazionale di Roma del 1959-60.

Raffreddati i rapporti con i compagni di Corrente, Sassu si trasferì nel 1947 nei pressi di Varese, per lavorare in un’antica fornace e sperimentare le possibilità della ceramica.

Nei lavori ceramici Sassu trasferiva il proprio mondo pittorico: cavalli, cavalieri, scene di caffè, come nel ciclo di opere ispirato alla novella di Guy de Maupassant La Maison Tellier. Attento ai problemi tecnici, l’artista studiò smalti e nuove emulsioni, per esaltare gli effetti materici del colore. Per Albissola, Sassu concepì in quegli anni la celebre Passeggiata degli artisti, inaugurata nel 1963: un tappeto di oltre settecento metri di tessere di pasta vetrosa firmata da venti artisti, fra liguri e di passaggio – da Sassu a Fabbri, da Lucio Fontana a Giuseppe Capogrossi –, che qui lasciarono il segno tangibile del loro passaggio. Al pannello di Sassu, I cavalli del sole, venne riservata una collocazione speciale in piazza del Popolo, meta degli incontri degli artisti della comunità albissolese.

Si affermava frattanto in Sassu l’interesse per l’arte pubblica monumentale, in risposta alle sentite istanze di nuova realtà e impegno civile. Sulle tracce dell’amato Delacroix di Saint-Sulpice, Sassu offrì una propria risposta, tornando nella Sardegna delle origini e dipingendo nel 1950 il grande affresco La miniera per la foresteria delle miniere di Monteponi, presso Iglesias, dove coniugò, nei modi della narrazione, un Mediterraneo popolato da figure mitiche con il paesaggio industriale e il moderno tema del lavoro. Seguì il grande affresco Mito del Mediterraneo, per l’hotel Mediterraneo di Sanremo; poi Mito di Prometeo del 1954, eseguito nella sua casa ad Albissola, e ora nel palazzo della Provincia di Sassari; quindi nel 1958 l’affresco dedicato al tema della pace nella Casa del Popolo di Valenza, in provincia di Alessandria; nel 1961 l’affresco nella scuola elementare di Thiesi, a sud di Sassari; nel 1969 l’affresco Il mito di Prometeo per la scuola media di Ozieri, poi tradotto in mosaico. L’interesse per l’impegno monumentale non lo avrebbe più lasciato.

Risale al 1963 la scoperta della Spagna, del mare e del sole di Maiorca, spiagge affocate, odori aspri e selvatici di un Mediterraneo arcaico, vivo ancora: qui Sassu acquistò la casa-atelier di Cala San Vicente, battezzata villa Helenita, dal nome della donna che presto sarebbe divenuta sua moglie, il celebre soprano colombiano Helenita Olivares, conosciuta nel 1959 ad Albissola; e qui iniziò un allevamento di cavalli, animali del mito, da sempre amati.

Gli anni Sessanta portarono un riaccendersi di potenza evocativa, espresso da una tavolozza schiarita, accesa, vibrante, di cui scrive Dino Buzzati (1965): «Per Aligi Sassu la nuova giovinezza si chiama Palma di Maiorca: un sole terribile e speciale, colori terribili e speciali (non dissimili dalla sua patria Sardegna), chiese fiammeggianti nel delirio meridiano, corride, tori, toreri, tori, tori, toreri, vino, sangue, febbre, morte. Come se avesse subito una trasfusione di sangue violento e rigoglioso» (p. n.n.). Nacquero le Tauromachie, i paesaggi, i miti dell’isola, rivisitati con la tecnica dell’acrilico, che permetteva colori più vivi e luminosi, come quelli di Maiorca.

L’attività parallela di scenografo, affacciatasi negli anni Sessanta, si confermò nel decennio successivo: ne vennero scene e costumi dei Vespri Siciliani, nella regia di Maria Callas e Giuseppe Di Stefano, per la riapertura del teatro Regio di Torino nel 1973, e nel 1980 scene e costumi realizzati per la Carmen all’Arena di VeronaFrattanto la Galleria d’arte moderna del Vaticano, appena inaugurata, gli dedicò una sala, dove furono esposte, tra le altre opere, la grande Deposizione del 1943 e l’affresco Il mito del Mediterraneo.

Il tema e l’esperienza del viaggio conquistarono l’artista in quegli anni: così nel 1975 partecipò con l’esploratore Walter Bonatti a una spedizione nella foresta amazzonica venezuelana, per raggiungere il Salto Angel, la cascata più alta del mondo; quindi nel 1978 intraprese un viaggio a Cuba in compagnia di un giornalista e di un fotografo: ne nacquero dipinti, disegni, acquarelli dai colori accesi e intensi.

Con mosaici e affreschi, proseguiva l’impegno fervido per un’arte monumentale, che trovò il suo momento più alto nel 1993, con la realizzazione del murale in ceramica di centocinquanta metri quadrati, intitolato I miti del Mediterraneo, per la sede del Parlamento europeo a Bruxelles.

Parallelamente si moltiplicavano le occasioni espositive e i riconoscimenti: nel 1977 alla Madison Gallery di Toronto; nel 1984 la mostra antologica nel palazzo dei Diamanti a Ferrara, poi tradotta in Castel Sant’Angelo a Roma; quindi l’antologica al palazzo Reale di Milano nello stesso anno. Seguirono esposizioni in Spagna, Germania, Canada; nel 1986 a Palma di Maiorca, all’XI Quadriennale di Roma, alla Triennale di Milano e alla Casa del Mantegna a Mantova. Quindi nel 1992 la mostra itinerante in Sudamerica.

Nel luglio del 1999, per il suo ottantasettesimo compleanno, s’inaugurò l’antologica in palazzo Strozzi a Firenze, nello stesso anno in cui l’artista pubblicava l’autobiografia Un grido di colore.

Nella sera del 17 luglio 2000 Sassu si spense nella sua casa di Can Marimon a Pollença.

Nel 2005 il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi conferì al maestro la prestigiosa medaglia d’oro per i meriti nella promozione e diffusione dell’educazione, della cultura, dell’arte e della ricerca.